Fu D’Annunzio a dirsi, per molti versi non senza ragione, in Per la morte di un Distruttore (F. N. XXV AGOSTO MCM), «gemello latino» del «Barbaro enorme» «che risollevò gli iddii sereni/ dell’Ellade su le vaste porte/ dell’Avvenire». Io qui rivendicherò a me il diritto di individuare nel Nolano il primo nato (che tre secoli di distanza nel ciclo eterno?) di un parto gemellare della Conoscenza, perennemente pregna e perennemente in doglie ma non sempre, ahimé, di oltreuomini. Chi passi da La cena de le Ceneri, dallo Spaccio de la bestia trionfante, da La cabala del cavallo pegaseo, dal De l’infinito, universo e mondi, da De gli eroici furori e infine dal Candelaio direttamente a La nascita della tragedia, ad Aurora, a Umano troppo umano, alla Genealogia della morale, a La gaia Scienza, al Così parlò Zarathustra e infine a Ecce Homo non ha l’impressione che tre secoli sian trascorsi ma che un unico immenso spirito in essi parli, che uno stesso assoluto per essi si autoponga e si autoriveli pur nella diversità nella varietà nella originalità nella novità della sua storica, fenomenica, epifania in ciascuno.

Mi sarebbe faticoso ragionar con “scientifico” distacco di coloro di cui ho sempre e solo poeticamente cantato, di coloro il cui spirito è pari pari trapassato nella mia vita e nella mia opera, di cui non ho detto, nei miei pubblici interventi, se non da invasato, folle della loro stessa follia (daimònion èchei cai màinetai!), posseduto dal loro stesso Dèmone inquieto. Non mi ci proverò dunque, oltretutto convinto esser, se non impossibile, audace dir sistematicamente di antisistematici per antonomasia. Notomizzare dei Viventi quali i Nostri sarebbe lo stesso che ucciderli. «Pour disséquer il y faut le cadavre», come dice il mio amico Claude.

A chi abbia una pur minima dimestichezza col Nolano e col filosofo di Röcken salta subito agli occhi la passione comune per la Santa Terrestrità e la Grande Salute (donde la sublime esaltazione per una ascetica – nel mio lessico descetica – intramondana, la novalisiana innerweltliche Askese), per l’immanenza assoluta come sentimento del proprio esserci nell’esserci di tutte le cose, come avvertirsi a esse interni, endoscopi nel grande ventre dell’Essere (dell’Universo infinito). Il culto della Terra (chiara sineddoche, in Nietzsche, d’Universo, così come Universo è chiara metonimia di Terra in Bruno: nella visione circolare monistica del cosmo ogni parte è tutto, ogni tutto è parte, ogni centro è periferia, ogni periferia centro: da una tale concezione circolare discenderanno nei nostri, rispettivamente, le teoria dell’eternal vicissitudine e dell’ewig Rückkehr, dell’eterno Ritorno), come metafora di essa immanenza, è la religione (per vero religiosità) che li accomuna e nella quale si riconoscono e nella quale si pacificano, se è dato pacificarsi a due inquieti Wanderer, a due Versucher perennemente alla ricerca, da buoni metafisici dell’antimetafisica, non certo della posizione migliore ove stare, sì di quella migliore onde ripartire.

Premessa di ogni successivo tentativo di sinossi è tale convincimento. Le ipotesi che seguiranno dei possibili parallelismi, in linea generalissima e a livello di concetto naturalmente, tra il filosofo-poeta dell’Infinito e il filosofo-poeta dell’Übermensch hanno senso soltanto una volta stabilita e riconosciuta la loro posizione identica, non solo simile, nei riguardi delle trascendenze di ogni tipo. La distinzione bruniana tra Mens super omnia e Mens insita omnibus, tra Naura naturans e Natura naturata (di cui è debitore al Cusano della Coincidentia oppositorum) va quindi ritenuta se non un vero e proprio escamotage, di certo un comprensibilissimo tentativo di sfuggire all’Inquisizione. La quale, come era da attendersi, non si fece prendere nella rete.

Arso l’uno («Ed altro non son io che fuoco ardente, / se quel ch’a me s’avvicina s’infuma») ma… «eroicamente furioso»; folle, ma per troppa ardenza, l’altro («Ungesättigt gleich die Flamme / Glühe und verzehr’ ich», «fuoco insaziabile, mi consumo ardendo») concludono il loro cammino i due Fuggitivi Erranti.

Come tutti i grandi Erranti, da Rousseau ad Hölderlin, da von Kleist a Lehnau, essi hanno peregrinato tutta la vita di landa in landa in compagnia dei loro dèmoni, dei loro immensi devastanti pensieri, scavando nel pozzo del proprio cuore per trovare in esso le radicazioni dell’universo e di dio: irridendo, or con lepida ironia or con feroce sarcasmo, alle saccenterie degli accademici («academico di nulla academia, detto il fastidito»; «Ihr steifen Weisen/ mir ward alles Spiel», «O voi impettiti sapienti/ per me tutto divenne gioco») alle loro pedanterie, alle loro supponenze, alle loro cosche alle loro satrapie, lottando contro i babbuini eterocliti, i natural coglioni, le bestie tropologiche, i menchioni morali e contro gli asini anagogici (i nicciani greggi ed i loro pastori) ; ammirando (filosofia figlia di meraviglia: «zum Erstaunen sind wir» da, così un Goethe bruniano) ; scommettendo sull’ottimismo (pur non avendone, apparentemente, alcun motivo: incompreso e perseguitato l’uno, incompreso e in perenne lotta con la malattia l’altro: troppo facile sarebbe stato per i due prometeici essere pessimisti) ; elaborando in poesia pensante e in filosofia poetante una visione del mondo che non considera il male una obiezione alla vita, che ritiene inumane le culture della rinuncia e della mortificazione, che individua nella religione-istituzione, qualunque essa sia, soprattutto se dilettantisticamente riformata (Bruno: le «bestie riformate» sono «una costellazione di pedantesca ostinatissima ignoranza e presunzione mista con una rustica inciviltà»; Nietzsche: Lutero «restava sempre il valente figlio di un minatore», «il più immodesto ed eloquente contadino che la Germania abbia mai avuto»), la negazione stessa della religiosità; che nella vittoria sullo spirito di gravità, unico vero inferno, (quindi «l’ali sicure a l’aria porgo… ma fendo i cieli e a l’infinito m’ergo»; «ich sehe ein Zeigen, aus fernsten Fernen/ sinkt langsam funkelnd ein Sternbild gegen mich», «Vede un segno, da infinite lontananze verso di me avanza lentamente una costellazione»), nella danza frenetica cioè, liberatrice e non libratrice – in medio stat mediocritas – (plana, volteggia il danzatore di tanto in tanto toccando terra solo per prender nuovo slancio: metafora di un pensiero che, come il serpente, si nutre di terra – «Schon kriech’ich zwischen Stein und Gras/ Hungrig…/ Zu essen Das, was stets ich ass, / Dich, Schlangenkost, dich, Erde! », «Striscio fra l’erba e le pietre desideroso di mangiare ciò che sempre mangiai, te, o terra, cibo delle serpi – poi come aquila si libra dominatore nell’aria») consiste la più nobile delle conquiste. Per ambedue la religione intristisce, impoverisce la vita; la cosmica religiosità l’arricchisce e l’allieta. La religione cristiana, in realtà paolina (rappresentò Saulo, certo una tra le più grandi e nefaste intelligenze della storia, la più grande iattura per le sorti del superuomo annunciato dal Cristo dell’oportet nasci denuo), da peana alla vita quale era negli intenti del Liberato-Liberatore dalle trascendenze di ogni genere («Erlösung dem Erlöser», come negli ultimi versi del Parsifal) si fa calunniatrice della vita. La religiosità alla Vita urla il Sì incondizionato. «Ja sagen», appunto.

Nel loro pensiero e nella loro azione Bruno e Nietzsche superano la dicotomia, così cara ai notomisti dell’oggettività, di filosofia e vita, scienza e vita, arte e vita. Essi non son di quelli che «pensano come dei e vivono come filistei». Una filosofia un’arte una scienza che non siano vita, che non siano con ogni atto di vita, compresa la morte quale supremo atto di vita essa stessa, testimoniate, si escludono de facto, e prima de iure, dal Banchetto ove le humanitates, convivi tutti gli «iddii superni ed inferni», celebrano il rito della propria risoluzione, della propria dissoluzione, autentico vicendevole “comunicarsi” come auto-etero-fagia di carne e sangue, nella pulsante unità del Sapere. Come compenetrarsi, vicendevolmente adeguarsi, devono linguaggio e filosofia. Una lingua incrostata vale per le filosofie incrostate. Bruno e Nietzsche per questo motivo sono anche inventori di linguaggi nuovi ove le barriere formali sono abbattute, ove la vertigine del pensiero (costruire la casa sul vulcano) si fa vertigine della parola: parola anch’essa danzante sulle cose che non dice, è, e fa con sé danzanti. Nell’uno e nell’altro il linguaggio diviene ditirambo nel quale Dioniso non disdegna la compagnia di Apollo, ove Muse e Grazie e Menadi insieme si abbandonano all’ebbrezza via via del Choròs o del Thìasos.

E che dire della comune coscienza della propria eccezionalità? «Di pari mia ce n’è uno al mondo, di pari tua uno per uscio», sembrano proclamare col Cellini. Messaggero degli dei, e nel contempo a essi sfida (“sfido l’infinito” può anche suonare l’emistichio «a l’infinito m’ergo») si considera Bruno, trasvalutatore di tutti i valori Nietzsche. Ambedue hanno la netta consapevolezza (che non è, noi ormai lo sappiamo, stolida presunzione o bolsa vanesieria) di anticipare non di anni ma di secoli il processo della Conoscenza. Sanno, e ne menano vanto, di essere nati postumi, di piantare l’ulivo pei figli dei figli; di osare l’inosabile, di aprire, di sperimentare, di tentare sulla propria pelle nuove strade all’uomo che intenda abbattere il ponte che egli ancora rappresenta tra la scimmia e il superuomo, che abbia animo e slancio bastanti per un nuovo salto evolutivo. è la loro una fuga in avanti e del loro ardire pagan lo scotto. Come ogni vero suscitatore di veraci rivoluzioni (è la rivoluzione un mostro che dorme i suoi sonni nell’antro della storia pronto a divorar per primo colui che ha osato svegliarlo) li attende una morte violenta e stupenda: la morte per fiamma, la fiamma che è bella, del rogo o della follia.

Per questo noi li amiamo.

«Sagt es niemand, nur den Weisen/ weil die Menge gleich verhönet: / das Lebendge will ich preisen/ das nach Flammentod sich sehnet». (Goethe, Divan)

«Non ditelo a nessuno, solo a chi lo sa intendere/ ché la plebe ne riderebbe: / quel Vivo intendo elogiare/ che ha nostalgia del Rogo».

«Vivere ardendo e non sentire il male».

(Gaspara per Filippo e Friedrich)

Come minimo riferimento bibliografico non posso che rinviare a opere in cui la passione bruniana o nicciana predominano, ma non a scapito dell’informazione, ricca e pignola e minuziosa come pignola ricca minuziosa sa essere quella degli innamorati circa tutto quel che concerne l’amato. Si vedano dunque:

EUGEN DREWERMANN, Giordano Bruno. Il filosofo che morì per l’indipendenza dello spirito, BUR 2000.

BÉATRICE COMMANGÉ, La danza di Nietzsche, Guanda 1994.

GIULIO SFORZA, Canti di Pan e ritmi del thiaso (passim), Metanoesi 2005

GIULIO SFORZA, ETTORE LAURENZANO, Educazione e Sinistra (cap. III), Bulzoni 1977

DONATELLA MOREA, STEFANO BUSELLATO, Nietzsche e Bruno. Un incontro postumo, edizioni ETS, Pisa 1999.