Archivi del giorno: 23 ottobre 2016

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Ode a Bruno – di Giulio Sforza

 

Bruno nolano sono, l’achademico

di nessuna achademia. La tristezza

è la mia gioia (come in Michelagnolo

“la mia allegrezza è la malinconia,

e mio conforto son questi disagi”).

Vado lottando contro i babbuini

eteroclit, i natural coglioni

le bestie tropologiche, i menchioni

morali e contro gli asini anagogici.

Un grandissimo nutro desiderio

di conoscer costumi nuovi e ingegni

e nuove verità, di cognizione

per confirmar buon abito, di cosa

mi manchi per accorgermi e cercare.

Un eroico furore mi possiede

di cogliere nel mondo le fattezze

di Dio e d’esperire l’infinito

dentro il finito e nel particolare

l’universale, infine tutto in tutto.

Con l’aiuto di Lullo il pane frangere

della scienza vorrei per ogni pargolo.

In Dio coincidentia oppositorum

le contraddizioni del reale

risolvo ed intelletto universale

lo predico; lo canto un intelletto

uno e medesimo che tutto riempie,

che l’universo illumina e indirizza

la natura a produrre le sue specie

sì come si conviene; e dico artefice

interno perché forma la materia

e la figura dal di dentro, come

da dentro il seme e da radice manda

esplica il stipe e il stipe poi da dentro

i rami caccia. Mens insita omnibus

predico Iddio e Mens super omnia

(questo residuo di trascendentismo

solo forse non è contraddizione

o un modo d’aggirar l’Inquisizione)

e non posso non predicar l’Effetto

della stessa natura della Causa

e dire il mondo eterno ed infinito

(aguzza i ferri padre Bellarmino!).

Predico l’eternal vicissitudine

delle cose, e sull’alta sua coscienza

la qual di dominarla mi consente

atteggio la mia azione e moralmente

m’elevo. In tale consapevolezza

sono tranquillità e serenità,

è trionfo della vita sulla morte.

Pel gioco della saggia Provvidenza

ogni minuzzaria si ricompone

nella Ragione dell’Uno-Ente-Vero.

E si fonda Ragione su Natura

(Natura che non è ribalderia)

Fortuna su Natura indi Virtù

su la Fortuna che Virtù sollecita.

Delle segrete cause delle cose

sono curioso ed a nimio sciendi

desiderio non quiesco. Odio chi dice:

“Che vi val, curiosi, di studiare

voler sapere quel che fa la natura,

se gli astri son pur terra, fuoco e mare?

La santa asinità di ciò non cura;

ma con man gionte e in ginocchion vuol stare

aspettando da Dio la sua ventura”.

L’anima “di colui che tutto muove

per l’universo penetra e risplende

in una parte più e meno altrove”.

Così “spiritus domini replevit

orbem terrarum” … così “intus alit

totoque se”, ut ait Vergilius, “corpore

miscet”. Sono così con me d’accordo

il Saggio antico, Dante, il Mantovano

-anima ho scritto io là dove gloria

il Fiorentino scrive; ma che vale

la differenza? – E più risplende, è chiaro,

nell’uomo che simìle ad Atteone

va a caccia di divino per le selve,

i piani, le montagne, le convalli,

lancia i suoi cani (i suoi pensieri) dietro

la deità pudica (o solo sadica)

che accende la passione, va ostentando

le sue divine forme e poi sparisce

per le intricate redole del tempo-

Atteone che i cani infine sbranano

avendo in lui riconosciuto il dio

ch’egli fuori di sé cercando va.

Oh raptamento atteonico, oh furore

eroico dell’attimo in cui il limite

dilegua e l’infinito dilagando

per i meandri della finitudine

li colma e la coscienza solitaria

affoga dentro al pelagos poly

dell’Uno-Ente-Buono-Bello-Vero!

Bruno nolano sono, nelle tenebre

dell’ignoranza brillo come un faro

di sapïenza ed ardo come un astro

nel firmamento. Il vento le mie ceneri

oltre il campo disperse per le vie

per le piazze pei fori per le ville

per i colli e dai colli alla campagna

triste e possente e tenera del Lazio

(“Forza del Lazio quanto sei soave!

come scrive Gabriele a me sì caro!)

dalla campagna al mare. Chi me cerca

chieda alle notti illuni e alle tormente

chieda all’albe e ai tramonti, chieda ai fiori

chieda agli alberi, interroghi gli uccelli.

Sono la brezza che spira dal mare,

sono la folgore che spezza il cielo

da Gianicolo a Celio, son la voce

dei venti che si schiantano tra cupola

e cupola ed in vortice sul colle

che Vaticano ha nome imperversando

i sonni fanno inquieti al Pescatore.

Sono Bruno nolano, son la voce

che invoca l’essere, sono la voce

dell’essere che provvido risponde.

Sono Bruno nolano, sono il Cristo

della novella età che i nuovi Caifa

arsero al Campo in un rigido giorno

e nubilo d’inverno. Ma nel cielo,

chiaro ai confini d’orizzonte, già

s’apprestava a danzare Primavera.

il candelaio, la fame e la gola – di Tommaso Esposito

 

 

 

… oimè son stanca, voglio riposarmi cqua: tutta questa notte (non la voglio maldire) son stata a far la guarda in piedi e pascermi di fumo di rosto et odor di pignata grassa; et io sono come il rognone…

 

Negli anni in cui probabilmente scrive la commedia “Il Candelaio”, Giordano Bruno vive da esule tra Tolosa e Parigi, dove viene accolto e protetto dal re Enrico III.

Nel 1582, quando il Nolano ha trentaquattro anni, infatti, vede la luce la prima edizione dell’opera, curata e corretta nelle bozze, secondo alcune testimonianze, direttamente dall’autore. Le peculiarità e le novità del testo, della struttura narrativa e delle sequenze drammatiche coincidenti con la rappresentazione di un mondo governato da leggi contrarie alla razionalità, come la pazzia o la stoltezza, e con lo sconvolgimento del modello tradizionale della commedia rinascimentale, la cui lieta conclusione recuperava l’ordine violato sulla scena, sono state ampiamente e attentamente analizzate.

Così pure è stato notato come, al contrario, dell’impianto rappresentativo cinquecentesco siano stati rispettati l’unità di tempo e di luogo.

L’azione scenica si svolge, infatti, lungo l’arco di cinque atti, in un giorno soltanto a Napoli.

Qui egli visse dal 1563, quando lasciò Nola all’età di quindici anni per entrare nel convento di San Domenico Maggiore, fino al 1576, quando dovette fuggire alla volta di Roma e Ginevra per evitare il processo in cui, a causa della sue idee e della sua libertà di pensiero, veniva accusato di eresia.

«Della capitale partenopea, dunque, Giordano Bruno aveva avuto modo di scrutare e conoscere i luoghi e di percepire i tratti antropologici più significativi». Li appunta e li recupera nel testo della commedia. A partire dal Proprologo: «Ma non lascierò per questo di avertirvi che dovete pensare di essere nella regalissima città di Napoli, vicino al seggio di Nilo».

E a seguire via via: «Di grazia ascoltatemi: qui in Napoli abbiamo la Piazetta, il Fundaco del Cetrangolo, il Borgo di Santo Antonio, una contrada presso Santa Maria del Carmino» (atto V scena XVIII).

«Voi avete una bellissima mogliera, giovane di venticinque anni, più bella della quale non è facile trovar in Napoli; e sète inamorato? » (atto I, scena III).

«Sì, sì, messer sì, in tutto Napoli non è peggio lingua che la tua, che ti sii mozza, lingua da risse e da discordia» (atto IV scena III).

«E che in tutto Napoli non è uomo più finto di te… uh, uh uh uh uh, oimè, desolata me: che rimedio potrò porgerti, poverina? » (atto IV scena VI).

«Meglio farrai tacendo, pover omo, altrimente tutti ti stimaranno pazzo: sarrai la favola de tutto Napoli; sino a’ putti faranno comedia di fat-

ti tuoi: e non avanzarrai altro» (atto V scena II).

«Tacete voi messer Bonifacio: lasciate dir a me. Signor Palma, non abbia giamai permettuto Dio, che io avesse voluto tentar questo con pregiudicio della giustizia, e disonor di vostra Signoria: la quale, circa le cose che appartengono alla giustiza, è conosciuta sincerissima da tutto Napoli» (atto V scena XVIII).

«La conclusione è che le puttane in Napoli, Venezia e Roma, ideste in tutta Italia, son permesse, faurite, han sui statuti, sue leggi, sue imposizioni, et ancora privileggii» (atto V scena XVIII).

Interessante è inoltre verificare come nel testo de Il Candelaio anche l’orizzonte gastronomico della Napoli cinquecentesca sia stato pienamente percepito e notato da Giordano Bruno.

La Cucina napoletana in quel tempo era già stata descritta da Gioan Battista del Tufo nella sua opera poetica, un polimetro, Ritratto o modello delle grandezze, delitie e maraviglie della Nobilissima Città di Napoli composta intorno al 1588 e recentemente ristampata dalla casa editrice Salerno di Roma.

La città appariva degna di fama indiscussa per la grande varietà delle materie prime, come gli ortaggi, le verdure, la frutta, i salumi, i formaggi, i pesci e per la raffinatezza dei suoi cibi.

E così la mensa apparecchiata alla napolitana da una parte si rivelava scarna e semplice e dall’altra ricca, complessa per i suoi pasticci di paste ripiene, i suoi piatti di carni cucinate con prugne, pinoli, mandorle, noci, uva passa e spezie come la cannella, lo zuccaro e i chiodi di garofano.

Esisteva pure una mangiar napolitano a buon mercato, costituito da tarallucci, castagne, pane e riservato a «ogni afflitto meschin», a quella folla di affamati che si aggirava tra i vicoli conosciuti e frequentati dallo stesso Nolano.

I piatti a base di verdure, del resto, già un secolo prima avevano convinto Luigi Pulci che i napoletani fossero soprattutto dei mangiafoglia: «Durante la sua permanenza a Napoli/ Chi levassi la foglia, il maglio e ‘l loco

A questi minchiattar napoletani, / o traessi dal seggio i capovani, / parrebbero salamandre fuori dal fuoco» (Al Magnifico Lorenzo, 1471).

Napoli appariva, insomma, come una grande città da rifornire quotidianamente di ingenti cibarie, che giungevano anche dai posti più lontani della regione nei mercati, nelle botteghe e nelle osterie, dove i cuochi, assimilati nell’elenco delle più notevoli professioni urbane accanto a medici, architetti, avvocati e condottieri, allestivano «tutti i sapori che bramano i signori».

Giordano Bruno quando compone Il Candelaio ricorda e ha viva dentro di sé quest’immagine di Napoli gastronomica tutta intera: dalla fame all’opulenza. Egli stesso, recuperando quanto nel tempo si conosceva circa l’influenza dei cibi sugli umori e sui temperamenti della persona, si descrive nel Prologo come un mangiator di cipolla, parla del suo servo come un morto di fame o fa riferimento allo stato di indigenza che spesso può cogliere i filosofi i quali abbiano spirito libero o siano “matti et insensati”: «L’autore, si voi lo conosceste, dirreste ch’have una fisionomia smarrita: par che sempre sii in contemplazione delle pene dell’inferno; par sii stato alla pressa come le barrette: un che ride sol per far comme fan gli altri; per il più lo vedrete fastidito, restio e bizarro: non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d’ottant’anni, fantastico com’un cane ch’ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla. (…) Tanto che io con servir simil canaglia, ho tanta de la fame, tanta de la fame, che si me bisognasse vomire, non potrei vomir altro ch’il spirto; si me fusse forza di cacare, non potrei cacar altro che l’anima com’un appiccato»; «Erbe, parole e pietre son materia di virtù a presso certi filosofi matti et insensati; li quali odiati da Dio, dalla natura e dalla fortuna, si vedono morir di fame, lagnarsi senza un poverello quattrino in borsa: per temprar il tossico dell’invidia ch’hanno verso pecuniosi, biasmano l’oro, argento e possessori di quello. Poi quando mi accorgo, ecco che tutti questi vanno come cagnoli per le tavole de ricchi: veramente cani che non sanno con altro che col baiare acquistars’il pane. Dove? a tavole di ricchi, di que’ stolti, dico, che per quattro paroli a sproposito da quelli dette con certe ciglia irsute, occhi attoniti et atto di maraviglia, si fanno cavar il pan di cascia, e danari dalle borse: e gli fanno conchiudere con verità che in verbis sunt virtutes» (atto III scena I). I luoghi partenopei del mangiare gli sono familiari tanto che descrive una delle più famose osterie napoletane, quella del Cerriglio, situata forse lungo i Gradini di San Giuseppe nei pressi dell’attuale via Sanfelice. Di taverne in quel periodo erano state censite oltre 200.

«Ordumque iersera all’osteria del Cerriglio, dopo che ebbemo benissimo mangiato, sin tanto che non avendo lo tavernaio del bisogno, lo mandaimo ad procacciare altrove per fusticelli, cocozzate, cotugnate et altre bagattelle da passar il tempo; dopo che non sapevamo che più dimandare, un di nostri compagni finse non so che debilità; e l’oste essendo corso con l’aceto, io dissi: “Non ti vergogni, uomo da poco? Camina prendi dell’acqua namfa, di fiori di cetrangoli, e porta della malvasìa di Candia”»(atto III, scena VIII).

Qui si mangia bene e ci si intrattiene per lo spassatiempo e per bere ottimo vino come la Malvasia, il Greco di Somma o l’asprinio di Nola citati anche nello Spaccio de la Bestia Trionfante: «di meglior vino, che non possa esser il greco di Somma, malvagia di Candia e asprinio di Nola». (dialogo III, parte I).

Alcuni piatti e alcune specialità erano particolarmente popolari: il pignato grasso, i gravioli, i mustaccioli. Li descrive la ruffiana Lucia nel V atto scena III: «Oimè son stanca, voglio riposarmi cqua: tutta questa notte (non la voglio maldire) son stata a far la guarda in piedi e pascermi di fumo di rosto et odor di pignata grassa; et io sono come il rognone, misera me, magra in mezzo al sevo. Or pensiamo ad altro, Lucia; poi che sono in loco dove non mi vede alcuno, voglio contemplar che cose son queste che messer Bonifacio manda alla signora Vittoria: qua son de gravioli, targhe di zuccaro, mustaccioli di San Bastiano; vi son più basso più sorte di confetture».

La descrizione del pignato grasso ci è stata tramandata anche da Gioan Battista del Tufo e corrisponde alla nostra minestra maritata: un piatto sontuoso fatto di verdure come le torzelle, le scarolelle, i cavoli verzi e numerose carni e salumi di maiale: l’annoglia, una sorta di salsiccia fatta con tritumi di budella condite con sale pepe e finocchietto; le pettorine o ventresca e il mascariello o guanciale.

I gravioli bruniani, invece, sono da intendersi come graffiuoli o raffaiuoli e non come ravioli. Lo chiarisce puntualmente Benedetto Croce in una nota posta in calce alla ristampa del Pentamerone di Giambattista Basile: «I graviuoli. Cioè raviuoli: da non confondere coi gravioli di cui parla il Bruno (Candelaio, I, 6) ch’era una sorta di dolciume lavorato nei monasteri» costituito da un pan di spagna ricoperto di glassa. Questo dolce precisa Raffaele D’Ambra nel suo “Vocabolario Napolitano-Toscano” del 1873 era: «Forma di pan di spagna talvolta ripieno di frutta sciroppata, che si usa principalmente nella Pasqua grande. Alcuni ingentiliscono la parola chiamandoli graffioli».

I mostacciuoli sono i dolci tradizionali del Natale composti di pasta di farina, zucchero, mandorle. Sempre il D’Ambra precisa: «Sono una sorta di pasta a forma di cuore e sim. Il Mostacciolo mbottito è quello ripieno».

L’invenzione di questo dolce fu leggendariamente attribuita a una certa Cornelia Calandra. Quelli del bruniano Bonifacio dovevano essere confezionati dalle suore del Monastero si San Bastiano che in quel tempo doveva collocarsi alle spalle dell’attuale Liceo Vittorio Emanuele.

Il cibo nel Candelaio diventa anche pretesto per sbeffeggiare le pedanterie di Manfurio: il grasso pignato si confonde con il celebre pittore Polignoto Taso e il boccale di vino apre la strada alla conoscenza delle lingue piuttosto che all’ebrezza.

«Manfurio: Bene veniat ille a cui non men convien nomenclatura della ribombante fama dalla tromba, che a Zeusi, Apelle, Fidia, Timagora e Polignoto.

Gioan Bernardo: Di quanto avete proferito, non intendo altro che quel pignato ch’avete detto al fine. Credo che questo insieme col bocale vi fa parlar di varie lingue. S’io avesse cenato, ti risponderei.

Manfurio: Il vino exilara ed il pane confirma.

“Bacchus et alma Ceres, vestro si munere tellus

Chaoniam pingui glandem mutavit arista”:

disse Publio Virgilio Marone, poeta mantuano, nel suo libro della Georgica primo, verso il principio, facendo, more poetico la invocazione: dove imita Exiodo, attico poeta e vate.

Gioan Bernardo Sapete, domine Magister…?

Manfurio Hoc est magis ter, tre volte maggiore:

“Pauci, quos aequus amavit Iuppiter, aut ardens evexit in aethera virtus”» (atto III, scena 7).

Tutto da scoprire e indagare, dunque, sembra essere l’orizzonte gastronomico di Giordano Bruno non soltanto per recuperare indizi e testimonianze utili alla storia della cucina partenopea di fine Cinquecento, ma anche per tentare di capire se, soprattutto nelle opere più specificatamente filosofiche, le allusioni e i rimandi al cibo possano assumere anche nell’opera del Nolano significati e valenze riconducibili proprio a quelle relazioni simboliche tra cibo e parola, cibo e conoscenza già ampiamente studiate e analizzate per una retorica del gusto.

Bruno, dai presocratici alla cosmologia alla fisica della modernità – di Aniello Montano

 

  1. Fino a qualche decennio fa, cioè fino a quando in Italia e nel mondo, non si è fatta strada una nuova storiografia che ha letto le opere di Bruno con una diversa e più adeguata metodologia di ricerca, da parte di molti lettori sbrigativi e dei non pochi detrattori, Bruno era considerato un filosofo poco originale; al massimo un eclettico, capace di coniugare spezzoni di dottrine altrui. Un impianto generale di tipo neoplatonico-ermetico, un pizzico di ínfinitismo di provenienza cusaniana unitamente all’eliocentrismo copernicano erano considerati gli ingredienti essenziali del brunismo. A smentire tale tesi in maniera seria e storiograficamente corretta sono apparsi in Italia e all’estero libri su libri il cui merito è di aver evidenziato con grande chiarezza la prodigiosa creatività scientifica del Nolano.

Continua la lettura di Bruno, dai presocratici alla cosmologia alla fisica della modernità – di Aniello Montano

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Bruno lettore di Parmenide – di Aniello Montano

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Bruno è convinto che i presocratici rappresentino un’alternativa valida alla cosmologia, cioè all’universo finito, di Aristotele. Li ritiene autori di viva e palpitante attualità scientifica e portatori di un modello epistemologico ancora utile. Bisogna, però, liberarli dalla lettura interessata che di essi ha fornito lo Stagirita. Nella Proemiale epistola al De la causa principio e uno scrive: «Onde Pitagora, Parmenide, Platone non denno essere sì scioccamente interpretati secondo la pedantesca censura di Aristotele». Bruno, cioè, ritiene che Aristotele non solo abbia interpretato interessatamente i presocratici, ma che addirittura li abbia censurati in maniera pedantesca. Nella Cabala del cavallo Pegaseo, insiste nel ritenere che lo Stagira, «malamente e scioccamente riportando l’opinione degli antiqui» intese e insegnò «perversamente circa la natura de li principi e sostanze delle cose», fino al punto che nulla «potè comprendere per dritto circa la natura del moto e dell’universo». I presocratici per Bruno sono pensatori scientifici, sono cultori delle “scienze naturali e divine”. Non sono affatto pensatori logici o pensatori religiosi. Sono scienziati alle prese con i problemi della comprensione e della spiegazione del mondo naturale. Nei loro scritti Bruno avverte e segnala l’intuizione dell’infinitismo. Già ne La Cena de le Ceneri annota: «Or questa distinzion di corpi ne la eterea reggione l’hanno conosciuta, Eraclito, Democrito, Epicuro, Pitagora, Parmenide, Melisso, come ne fan manifesto quei stracci che n’abbiamo: onde si vede, che conobbero uno spacio infinito, regione infinita, selva infinita, capacità infinita di mondi innumerabili simili a questo, i quali cossì compiscono i lor circoli, come la terra il suo».

Nel terzo articolo dell’Acrotismus Camoeracensis Bruno puntualizza: «Correttamente Senofane pose un unico ente infinito ed immobile e così il suo discepolo Parmenide, e il discepolo di questi Melisso, né felicemente Aristotele li contesta”. Dopo aver illustrato le tesi di Senofane, Bruno si riferisce a Parmenide in maniera ancora più specifica. Questi, «dopo aver posto un unico infinito e immobile, come Senofane, si volgeva a porre due principi contrari: di qua il caldo, il luminoso, il leggero, di là il freddo, lo scuro, il pesante». E aggiungeva: «Non mi affanno a esporre quali specie di argomenti adduca Aristotele contro questi filosofi, esaminati con ragionamento ortodosso, ma quando l’occasione lo renderà inevitabile, risponderemo punto per punto all’invettiva di Aristotele». Nell’articolo quarto di questa stessa disputa, precisa: «Tra quanto affermò Parmenide, ossia che l’uno è ovunque uguale a se stesso e sferico, e quanto asserì Melisso, cioè che l’uno è infinito, non segue affatto una contraddizione tra di loro, ma piuttosto l’uno spiega l’altro». Per dimostrare che anche Parmenide ha attribuito all’ente l’infinità e che quindi la sua posizione non è in contrasto con quella di Melisso, Bruno si sofferma a considerare l’espressione «l’uno è ovunque uguale», che traduce letteralmente il testo parmenideo leggibile nel frammento 8.

Un ente finito – spiega Bruno nella ratio dell’articolo quarto – «non è da ogni parte uguale», lo sarà solo al centro. Un ente infinito, invece, «poiché ha il centro ovunque» sarà da ogni parte uguale e da ogni parte sferico. L’uno, di Parmenide nella lettura di Bruno è, come si legge nel dialogo quinto del De la causa, «una originale ed universale sostanza medesima del tutto, la quale si chiama lo ente, fondamento di tutte le specie e forme diverse». Questo ente, scrive Bruno di seguito, «è uno, infinito, immobile, soggetto, materia, vita, anima, vero e buono»: è quello che Michele Ciliberto, con formula abbreviata, ha indicato come Vita-materia infinita. Proprio per essere Vita-materia infinita, è principio indifferenziato di tutta la realtà. È sostanza stessa dell’universo, inteso non come totalità di tutte le cose ma come ente infinito e immobile o, come sostiene Parmenide, atremés, immutabile. Non si depaupererà fino a estinguersi nella morte né si arricchirà ulteriormente, essendo già infinito. Nell’articolo quinto della stessa opera, riafferma la tesi: «Diciamo dunque l’uno ente infinito, da cui senza dubbio nulla di proprio può defluire ed in cui nulla di estraneo può affluire». Nella Prefatio in Triginta Sigillos, Bruno si dice convinto di aver realizzato un nobile parto delle muse «per approvare le sentenze di Pitagora, Parmenide, Anassagora, e dei migliori filosofi e per esporre nuove e personali dottrine […] che da noi stessi [cioè da Bruno] non sono considerate vere in assoluto, ma soltanto più consone al senso e alla nostra ragione». È, questa, una prudenza metodologica proprio della ragione laica, consapevole che il sapere non è mai assoluto, mai definitivo. Se la parola centrale nel poema di Parmenide è la terza persona del verbo essere, in greco estí, in italiano è, per Bruno il soggetto di questo estí è «lo ente», è la Vita-materia infinita, la »sustanza» infinita, principio dell’universo infinito, il quale, nel tutto e nelle parti, è costituito da una sola sostanza. Nel dialogo terzo del De la causa principio e uno, Bruno scrive: «onde cossì de l’universo sia un primo principio che medesmo si intende non più distintamente materiale e formale che possa inferirse dalla similitudine del predetto, potenza ed atto, onde non fia difficile o grave di accettare al fine che il tutto secondo la sustanza è Uno, come forse intese Parmenide, ignobilmente trattato da Aristotele». E verso la chiusa del dialogo quinto dello stesso dialogo, quando sta stringendo il ragionamento per concluderlo con l’indicazione della sostanza, intesa come Vita-materia infinita, precisa: «Cossì l’essenza de l’Universo è una nell’infinito e in qualsivoglia cosa presa come membro di quello, sì che a fatto il tutto e ogni parte di quello viene ad essere uno, secondo la sustanza; onde non essere incovenientemente detto da Parmenide, uno, infinito, immobile, sia che si vuole della sua intenzione, la quale è incerta, riferita da non assai fidel relatore», cioè da Aristotele.