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Bruno è convinto che i presocratici rappresentino un’alternativa valida alla cosmologia, cioè all’universo finito, di Aristotele. Li ritiene autori di viva e palpitante attualità scientifica e portatori di un modello epistemologico ancora utile. Bisogna, però, liberarli dalla lettura interessata che di essi ha fornito lo Stagirita. Nella Proemiale epistola al De la causa principio e uno scrive: «Onde Pitagora, Parmenide, Platone non denno essere sì scioccamente interpretati secondo la pedantesca censura di Aristotele». Bruno, cioè, ritiene che Aristotele non solo abbia interpretato interessatamente i presocratici, ma che addirittura li abbia censurati in maniera pedantesca. Nella Cabala del cavallo Pegaseo, insiste nel ritenere che lo Stagira, «malamente e scioccamente riportando l’opinione degli antiqui» intese e insegnò «perversamente circa la natura de li principi e sostanze delle cose», fino al punto che nulla «potè comprendere per dritto circa la natura del moto e dell’universo». I presocratici per Bruno sono pensatori scientifici, sono cultori delle “scienze naturali e divine”. Non sono affatto pensatori logici o pensatori religiosi. Sono scienziati alle prese con i problemi della comprensione e della spiegazione del mondo naturale. Nei loro scritti Bruno avverte e segnala l’intuizione dell’infinitismo. Già ne La Cena de le Ceneri annota: «Or questa distinzion di corpi ne la eterea reggione l’hanno conosciuta, Eraclito, Democrito, Epicuro, Pitagora, Parmenide, Melisso, come ne fan manifesto quei stracci che n’abbiamo: onde si vede, che conobbero uno spacio infinito, regione infinita, selva infinita, capacità infinita di mondi innumerabili simili a questo, i quali cossì compiscono i lor circoli, come la terra il suo».

Nel terzo articolo dell’Acrotismus Camoeracensis Bruno puntualizza: «Correttamente Senofane pose un unico ente infinito ed immobile e così il suo discepolo Parmenide, e il discepolo di questi Melisso, né felicemente Aristotele li contesta”. Dopo aver illustrato le tesi di Senofane, Bruno si riferisce a Parmenide in maniera ancora più specifica. Questi, «dopo aver posto un unico infinito e immobile, come Senofane, si volgeva a porre due principi contrari: di qua il caldo, il luminoso, il leggero, di là il freddo, lo scuro, il pesante». E aggiungeva: «Non mi affanno a esporre quali specie di argomenti adduca Aristotele contro questi filosofi, esaminati con ragionamento ortodosso, ma quando l’occasione lo renderà inevitabile, risponderemo punto per punto all’invettiva di Aristotele». Nell’articolo quarto di questa stessa disputa, precisa: «Tra quanto affermò Parmenide, ossia che l’uno è ovunque uguale a se stesso e sferico, e quanto asserì Melisso, cioè che l’uno è infinito, non segue affatto una contraddizione tra di loro, ma piuttosto l’uno spiega l’altro». Per dimostrare che anche Parmenide ha attribuito all’ente l’infinità e che quindi la sua posizione non è in contrasto con quella di Melisso, Bruno si sofferma a considerare l’espressione «l’uno è ovunque uguale», che traduce letteralmente il testo parmenideo leggibile nel frammento 8.

Un ente finito – spiega Bruno nella ratio dell’articolo quarto – «non è da ogni parte uguale», lo sarà solo al centro. Un ente infinito, invece, «poiché ha il centro ovunque» sarà da ogni parte uguale e da ogni parte sferico. L’uno, di Parmenide nella lettura di Bruno è, come si legge nel dialogo quinto del De la causa, «una originale ed universale sostanza medesima del tutto, la quale si chiama lo ente, fondamento di tutte le specie e forme diverse». Questo ente, scrive Bruno di seguito, «è uno, infinito, immobile, soggetto, materia, vita, anima, vero e buono»: è quello che Michele Ciliberto, con formula abbreviata, ha indicato come Vita-materia infinita. Proprio per essere Vita-materia infinita, è principio indifferenziato di tutta la realtà. È sostanza stessa dell’universo, inteso non come totalità di tutte le cose ma come ente infinito e immobile o, come sostiene Parmenide, atremés, immutabile. Non si depaupererà fino a estinguersi nella morte né si arricchirà ulteriormente, essendo già infinito. Nell’articolo quinto della stessa opera, riafferma la tesi: «Diciamo dunque l’uno ente infinito, da cui senza dubbio nulla di proprio può defluire ed in cui nulla di estraneo può affluire». Nella Prefatio in Triginta Sigillos, Bruno si dice convinto di aver realizzato un nobile parto delle muse «per approvare le sentenze di Pitagora, Parmenide, Anassagora, e dei migliori filosofi e per esporre nuove e personali dottrine […] che da noi stessi [cioè da Bruno] non sono considerate vere in assoluto, ma soltanto più consone al senso e alla nostra ragione». È, questa, una prudenza metodologica proprio della ragione laica, consapevole che il sapere non è mai assoluto, mai definitivo. Se la parola centrale nel poema di Parmenide è la terza persona del verbo essere, in greco estí, in italiano è, per Bruno il soggetto di questo estí è «lo ente», è la Vita-materia infinita, la »sustanza» infinita, principio dell’universo infinito, il quale, nel tutto e nelle parti, è costituito da una sola sostanza. Nel dialogo terzo del De la causa principio e uno, Bruno scrive: «onde cossì de l’universo sia un primo principio che medesmo si intende non più distintamente materiale e formale che possa inferirse dalla similitudine del predetto, potenza ed atto, onde non fia difficile o grave di accettare al fine che il tutto secondo la sustanza è Uno, come forse intese Parmenide, ignobilmente trattato da Aristotele». E verso la chiusa del dialogo quinto dello stesso dialogo, quando sta stringendo il ragionamento per concluderlo con l’indicazione della sostanza, intesa come Vita-materia infinita, precisa: «Cossì l’essenza de l’Universo è una nell’infinito e in qualsivoglia cosa presa come membro di quello, sì che a fatto il tutto e ogni parte di quello viene ad essere uno, secondo la sustanza; onde non essere incovenientemente detto da Parmenide, uno, infinito, immobile, sia che si vuole della sua intenzione, la quale è incerta, riferita da non assai fidel relatore», cioè da Aristotele.