Filippo Bruno nasce a Nola nel 1548, dove vive fino ai quindici anni di età nella casa familiare posta alle falde de «l’amenissimo monte Cicala», luogo “magico” della sua adolescenza, più volte citato nelle sue opere.

Trasferitosi a Napoli nel convento domenicano di piazza San Domenico Maggiore, non tornerà più a Nola, ma questi luoghi rimarranno qualcosa di inseparabile ed indelebile nella sua mente e nel suo animo, tanto da legarli all’elaborazione di tutte le sue concezioni filosofiche denominate “nolana filosofia”: «nessun filosofo del XVI secolo, e più in generale dell’età moderna, legò con tanta determinazione e tanta fierezza il nome del suo luogo d’origine al proprio nome quanto Giordano Bruno, fino al punto da fissare accanto a esso l’aggettivo Nolano, “Nolanus”, e renderne inseparabile la propria identità. Nessun filosofo più di Bruno fu noto e citato piuttosto con l’aggettivo indicante la sua provenienza che con il suo nome e nessuna filosofia della sua epoca designò se stessa e fu da altri richiamata come filosofia concepita e annunciata nel mondo da chi in un certo luogo era nato» (Saverio Ricci, Giordano Bruno nell’Europa del Cinquecento).

Nel 1576 comincia la fuga per le sue idee, e da Napoli va a Noli e poi a Ginevra, dove si imbatte nel pensiero calvinista, e poi ancora a Tolosa. Ritrova un primo periodo di limitata stabilità nel 1581 a Parigi, ospite degli ambienti di corte di Enrico III di Valois, dove scrive le opere in latino: De Umbris idearum; Ars memoriae; Cantus circaeus; De compendiosa architectura et complemento artis Lullij; sempre in Francia scrive Il Candelaio, una commedia ambientata nei contesti napoletani a lui noti.

Per le guerre religiose e civili che caratterizzeranno tutto il suo periodo storico è costretto a riparare a Londra, ospite di Michael de Castelnau, ambasciatore francese in quella città, ma anche nell’isola britannica, seppur ammirato da alcuni ambienti di corte e dalla stessa regina Elisabetta d’Inghilterra, affascinata dall’eloquio e dalle idee del Nolano, si scontra invece con gli ambienti ufficiali della cultura oxfordiana.

Le sue ardite tesi mettono in discussione tutto l’impianto culturale europeo dell’epoca, incentrato sul pensiero di matrice tolemaico-aristotelica, secondo il quale l’universo ruotava intorno alla Terra.

Bruno, che sostiene invece che nell’universo infinito vi sono infiniti mondi, riporta le sue concezioni nelle opere italiane che scrive nel periodo londinese: La cena de le ceneri; De la causa principio et Uno; De l’infinito universo et Mondi; Spaccio de la bestia trionfante; Cabala del cavallo pagaseo; Degli eroici furori.

Costretto ad abbandonare anche Londra, si porta in Germania a Wittemberg e poi a Praga, approdando infine in Italia a Padova e a Venezia. Il nobile veneziano che lo ospitava, Giovanni Mocenigo, per abietti motivi, lo denuncia alle autorità veneziane e il 23 maggio 1592 viene arrestato.

Bruno viene processato una prima volta nella Repubblica di Venezia e confida nel fatto che quella veneta è la terra di maggiore laicità del tempo; viene invece dai governanti veneti consegnato all’inizio del 1593 alle autorità religiose dello Stato Pontificio.

Otto anni di detenzione, isolamento e interrogatori non convincono il Bruno, nonostante i tentativi del cardinale Bellarmino, che aveva compreso la grandezza delle idee del Nolano, a rivedere o confutare le sue concezioni, che avrebbero messo in discussione anche l’impianto teologico della dottrina della chiesa romana.

Campo de’ Fiori a Roma, all’alba del 17 febbraio del 1600, assistette impotente agli ultimi attimi di vita di Filippo Bruno Nolano, arso dal fuoco dell’ignoranza e della pavidità.